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Per una Teoria della psicoterapia

Un approccio evoluzionista.

“..non ci siamo noi e i neuroni del nostro cervello. (Spinoza) Si tratta della stessa cosa. Un individuo è un processo, complesso, ma integrato. … I nostri valori morali,le nostre emozioni, i nostri amori, non sono meno veri per il fatto di essere parte della natura, di essere condivisi con il mondo animale o per essere cresciuti ed essere stati determinati da milioni di anni dell’evoluzione della nostra specie. Anzi, sono più veri per questo: sono reali. … Della natura siamo parte integrante, siamo natura, in una delle sue innumerevoli e svariatissime espressioni. … Quanto è specificatamente umano non rappresenta la nostra separazione dalla natura, è la nostra natura.” (Carlo Rovelli)        

Ipotesi Schematica Per Una Attività Clinica Di Base Focalizzata su Una Psicoterapia Scientificamente basata Sulla Biologia, sulle Neuroscienze, Sull’antropologia “Evoluzionistica” e sull’“L’antropologia Culturale”

Spunti per una teoria esplicativa

La psiche, organizzata e strutturata come un “sistema” multi-modulare, si esprime e si rappresenta su due piani strettamente interdipendenti:

Un livello implicito assimilabile tradizionalmente all’inconscio in tutte le sue articolazioni teoriche;

Un livello esplicito assimilabile ai vissuti, all’emozioni esplicite, alla “coscienza” in senso lato.

Evoluzione della mente

La mente ha una struttura modulare che opera sulla base di un’organizzazione di funzioni multiple, sia integrate che settoriali.

Potremmo quindi parlare di vari tipi di mente che si sono organizzati in momenti diversi dell’evoluzione)

  1. Mente motivazionale.

E’ costituita dalle risposte di un organismo a certi stimoli che attivano dei comportamenti, come la ricerca di sopravviveva, l’alimentazione, la riproduzione. Ad un certo punto dell’evoluzione gli ominidi sono stati in grado di fabbricare e di utilizzare degli strumenti per rispondere a queste richieste fondamentali ed il processo è andato oltre fino a costituire una mente scientifica che motiva l’uomo alla ricerca di soluzioni per problemi pratici. (Freud)

  1. – La mente sociale.

E’ diventata una componente essenziale dell’evoluzione nel momento in cui il primo australopiteco, dovendo lasciare la foresta, riuscì a sopravvivere solo grazie alla formazione di gruppi coesi. (Adler)

  1. – La mente comunicazionale.

Non è certo una condizione soltanto umana anche se è verosimile che gli ominidi l’abbiano sviluppata molto più degli altri animali. Il linguaggio articolato ha sostituito nel Sapiens il linguaggio mimico (Lacan).

  1. – La mente simbolica.

Corrisponde alla sostituzione di un evento con qualche cosa che in maniera convenzionale lo rappresenta. Il Segnale è stato certamente il Predecessore evoluzionistico del Simbolo ma l’eccezionale sviluppo del simbolismo è strettamente correlato nel Sapiens con lo sviluppo

del cervello e del linguaggio. (Jung)

  1. -La mente teorica.

Ha cominciato a funzionare quando l’uomo ha iniziato ad interrogarsi sul significato della propria vita e dell’universo in cui viveva. Verosimilmente le risposte hanno costituito e costituiscono la base delle religioni e delle ideologie. Sembra che si sia attuato un difetto di ragionamento critico come meccanismo utile ad attenuare l’angoscia di morte.

Il complesso Mente-Psiche si è sviluppato ed è evoluto attraverso un processo evoluzionistico caratterizzato da una serie di mutamenti selettivi e adattivi, individuabili in tre tappe e livelli fondamentali.

I°- La Filogenesi:

Come punto concettuale di riferimento può essere preso il così detto “paradigma del cervello triuno” di McLean, in qualità di “metafora esplicativa” dello sviluppo evolutivo del S. N. C, e dello sviluppo di esso secondo un’organizzazione “gerarchica”.

Costituisce il modulo biologico di origine attraverso il quale la selezione evolutiva ha strutturato moduli di adattamento di base, che si esprimono in sistemi motivazionali specifici di base che assicurano la sopravvivenza dell’individuo e della specie, fino alla complessità dell’organizzazione sociale.

Su questo si innescano i meccanismi che agiscono a livello individuale.

Le strutture funzionali che esprimono il livello Filogenetico possono essere utilmente rappresentate dai Sistemi Motivazionali Innati, dai sistemi adattivi e maladattivi innati.

II°- L’Ontogenesi:

L’evoluzione ed i processi di adeguamento adattivo si attivano sul piano individuale che si colloca in un contesto relazionale e socio-ambientale specifico con il contributo essenziale dell’attivazione emozionale cosciente. Nell’ontogenesi si ha l’integrazione tra biologia e psicologia che si esprime nei processi descritti dalla “psicologia dell’età evolutiva”.

Le strutture funzionali che esprimono il livello ontogenetico possono essere utilmente rappresentate dagli Schemi Adattivi e Maladattivi Precoci (Young)

Un’ulteriore completamento evolutivo si ha con:

III°- La “Cultura”:

(Mondo 3 di Popper)

Con la “cultura” si realizza l’integrazione intersoggettiva del processo evolutivo. Rappresenta e realizza un salto evolutivo, un cambiamento di paradigma che aggiunge libertà e opportunità di cambiamento evolutivo. Si costruisce attraverso una costruzione progressiva su base “Memetica”.

Questo processo non lineare e non seriale, ma circolare e parallelo, è segnato da cambiamenti che rappresentano la dialettica di selezione evolutiva e di adattamento.

Processo che non potendo per natura essere nè progressivo nè regressivo, risulta sostanzialmente di cambiamento.

Si hanno naturalmente “conflitti”, arresti, deviazioni che coinvolgono sia il processo nella sua globalità, sia i processi di ideazione e di sviluppo del pensiero, da quello intuitivo e simbolico, a quello analitico e critico.

Queste distorsioni possono essere all’origine del disagio e della patologia.

In rapporto alle pressioni selettive si evidenziano le fragilità legate sia allo sviluppo filogenetico che ontogenetico.

L’adattamento culturale tende a correggere, a compensare o a motivare in modo diverso dai processi naturali quanto è evidente nell’adattamento ontogenetico e filogenetico.

Se l’evoluzione biologica si esplica attraverso la selezione dei più adatti, la cultura, utilizzando peraltro moduli funzionali innati, tende a compensare dando un senso diverso e variabile sia al concetto di selezione che di adattamento.

Con la cultura la dinamica naturale tra le competenze innate di “competizione e condivisione”. Sul piano cognitivo il pensiero intuitivo ed anche simbolico, che sono forme di elaborazione mentali utili a sopravvivere in un ambiente naturale, possono entrare in conflitto con il pensiero analitico e critico necessario e tipico di un livello di vita e di adattamento “culturale”.

Si possono, forse, individuare effetti “patologici” diversi in rapporto al livello di arresto o deviazione del processo evolutivo e di adattamento.

Ipoteticamente in prossimità del livello filogenetico si possono realizzare disturbi che richiedono prevalentemente un trattamento medio-breve secondo un modello medico. Tali disturbi si avvantaggiano di un trattamento che utilizza schemi che vanno dalle tecniche a mediazione corporee, recupero della mentalizzazione o della ristrutturazione cognitiva o relazionale

Più siamo vicini al livello ontogenetico e culturale più si realizzano disturbi che indicano un intervento lungo che segue prevalentemente un modello psicologico, psicodinamico ed esistenziale.

punti per una teoria della terapia

La relazione di aiuto

Tutte le volte che si realizzano delle condizioni in cui si strutturano rapporti che hanno lo scopo, dichiarato o meno, scelto o spontaneo, di portare aiuto a qualsiasi tipo di disagio, si realizza quella che possiamo definire: Relazione di aiuto.

La relazione di aiuto caratterizza moltissime professioni e attività di volontariato.

Lo schema psicodinamico della relazione di aiuto ricalca quello della relazione primaria ed è caratterizzato da una necessaria asimmetria funzionale, da un’empatia di fondo, da un gioco tra delega e accettazione della delega.

La psicoterapia si attua in una particolare relazione di aiuto che è la “Relazione terapeutica” che attraverso il “processo terapeutico” si pone come scopo quello di aiutare il paziente a gestire il proprio “disagio” e a cercare di recuperare una possibile “capacità adattiva”

Il processo terapeutico

Tenendo sufficientemente conto delle varie teorie esplicative ma, principalmente, partendo da un’osservazione empirica di quanto avviene nella “pratica clinica” cerchiamo di definire i punti di riferimento essenziali per sviluppare una corretta e concreta “pratica terapeutica”.

Anche la rilevazione dei “fattori terapeutici” interviene all’interno e come frutto di questo processo, nel senso che i fattori terapeutici stessi diventano individuabili non solo in base alle teorie esplicative ma, anche e principalmente, all’interno e come effetto della relazione terapeutica.

La relazione terapeutica ha naturalmente un’unica motivazione legittima: quella di correggere, emendare o gestire un disagio vissuto.

Questa motivazione spiega una caratteristica costante ed inevitabile ossia il fatto che la relazione terapeutica sia “necessariamente” una relazione “asimmetrica”, come quella che naturalmente si realizza tra la parte che soffre un disagio ed una parte a cui si attribuisce la capacità ed il potere di aiutare. Si realizza un campo relazionale caratterizzato da un processo “regressivo” ad una struttura implicita che simula la relazione primaria. Il vantaggio intrinseco di tutto ciò è legato al fatto che ciò predispone il “paziente” all’affidarsi, alla consapevolezza del disagio e quindi alla possibilità di uscirne, ed il terapeuta alla consapevolezza critica delle sue competenze e dei suoi limiti.

È quindi una regressione “ontogenetica” che condiziona la cura e il suo successo. Ma il recuperare un processo che è ontogenetico primario comprende anche il riconoscere che questo si basa e si sviluppa sull’attivazione di modelli motivazionali innati selezionatisi nella profondità della “filogenesi”.

IL “Processo della relazione terapeutica” ha delle fasi e dei tempi che si riferiscono a modi universali, cioè generalizzabili, e che ricalcano, nel massimo della variabilità individuale, soggettiva e intersoggettiva, i meccanismi evolutivi dell’adattamento.

Dialettica della “Relazione terapeutica”

Il concetto di base è che la “Relazione Terapeutica” rientra nelle relazioni di aiuto.

Sebbene se le relazioni d’aiuto non sempre siano “terapeutiche”, è vero che la terapia è sempre un aiuto.

In ogni caso questo non va preso con eccessiva rigidità perché il confine tra terapia e non terapia in una relazione d’aiuto credo non sia così facilmente delimitabile. E’ delimitabile se si ricorre rigidamente a un’ortodossia di scuola.

La differenza esiste a seconda del criterio di giudizio. Se teniamo conto del criterio “soggettivo” del paziente, la differenza spesso si annulla e sfuma; se, invece, come criterio, teniamo quello secondo cui la terapia tende non tanto ad una regolarizzazione e soddisfazione esistenziale del disagio, ma ad una ipotetica “guarigione”, la differenza esiste e dipende da come si definisce il limite del bisogno e del disagio.

Dunque, se la relazione terapeutica entra nel gruppo delle relazioni d’aiuto, esaminiamo le caratteristiche fondamentali delle relazioni di aiuto.

Definire una relazione di aiuto:

1) É necessario che ci sia una richiesta di aiuto per un disagio.

Non è una cosa banale dato che esistono situazioni, anche terapeutiche, strutturate nell’assenza di un disagio soggettivamente consapevole. Pertanto, bisogna avere una o più persone che siano temporaneamente in una situazione di crisi personale, così come in medicina per curare ci vuole una malattia per curare. Ciò perché disagio e malattia sono sempre situazioni che si collocano in una dimensione soggettiva ed intersoggettiva contemporaneamente.

2) La Relazione Terapeutica è una relazione asimmetrica, sbilanciata in termini di potere.

C’è una persona che ha una necessità legata al disagio, al suo disordine; e ci sono una o più persone che possono teoricamente, ipoteticamente aiutare per risolvere quel malessere.

Quindi, lo sbilanciamento di potere è evidente ed è indispensabile.

Non è mai consentito da alcun punto di vista in una relazione terapeutica, che questa asimmetria si annulli o si inverta. Se ciò avvenisse non ci sarebbero più le condizioni per fare terapia, né di portare aiuto.

Correttivi possibili di questa asimmetria possono essere rintracciati nella “condivisione” del processo di aiuto e nell’attuazione di funzioni di complementarietà.

Una relazione di aiuto può sussistere anche tra amici, tra parenti e in tante altre situazioni nelle quali però il “coinvolgimento emotivo” può permettere solo una complementarietà. Ma anche in tali situazioni nel momento in cui una persona vive una sofferenza, si crea sempre uno sbilanciamento di potere per cui una persona ha bisogno e l’altra può portare aiuto.

Entrambe queste condizioni sono delle costanti che si legano al problema del coinvolgimento del terapeuta

La presa in carico

Un concetto base su cui si fonda, poi, la relazione di aiuto e la relazione terapeutica è quello di “ presa in carico”. É questo un concetto basilare che nasce dalla psicologia e psicoterapia nei Servizi, e che va ripreso all’interno di qualsiasi relazione terapeutica e relazione d’aiuto.

Cosa significa prendersi carico? Significa semplicemente che se una persona ha un bisogno e porta disagio e sofferenza, si definisce una possibilità di aiutarla. Significa ridefinire in un altro modo quello che è il contratto tacito, intuitivo della RT. Nel concetto di presa in carico sono impliciti due elementi da tenere presenti: “la delega e l’attenzione al contesto”.

La delega è una “delega di potere” per essere aiutato. Accade che la persona col disagio si affida e delega ad un’altra persona la correzione ed il superamento possibile del disagio, non ritenendosi o sentendosi in grado di risolverlo da sé. Quindi delega anche una parte di sé, una parte del suo potere.

Per questo motivo tale delega ha una doppia valenza, oggettiva e soggettiva, dove l’oggettività si colloca nelle effettive “competenze” del terapeuta accettate e riconosciute anche ipoteticamente dal paziente, mentre la soggettività si colloca in aspetti più fantasmatici del paziente che fondano il suo complesso sistema motivazionale e di aspettative (perché si sceglie quel terapeuta, quella data terapia più che un’altra, in rapporto a quali vissuti, quali consigli, quali opinioni personali.)

Ovviamente oggettività e soggettività sono, o dovrebbero essere, intrecciate e concorrenti.

Ciò significa che quando il paziente fa una delega di potere all’altro, la carico di aspettative che sfuggono in gran parte al giudizio razionale. Tuttalpiù sono razionalizzate e razionalizzabili, ma i motivi restano in larga misura aspettative al di fuori della coscienza critica.

Per poter parlare in modo compiuto e concreto del reale coinvolgimento dell’operatore nel rapporto bisogna presupporre un livello “implicito” dell’attività psichica, cioè l’inconscio, un livello di attività mentale che non è immediatamente riducibile alla presenza cosciente e attuale. Un livello sempre operativo che influenza i nostri pensieri, opinioni, emozioni e comportamenti.

Il livello implicito

Il livello implicito condiziona quindi la “delega” di potere del paziente come atto iniziale.

Vediamo ora cosa succede dal punto di vista del terapeuta o del gruppo dei terapeuti.

Il primo momento della presa in carico è quello dell’accettazione della delega, accettarla come potere delegato. E’ proprio nella gestione di questo potere che poi si cementa e si confronta il coinvolgimento reale del terapeuta. Ovviamente se non si accetta questa delega non si fa terapia.

Una volta accettata la delega, il secondo momento è prendersi carico più dettagliatamente del problema; cioè, accogliere il problema e prendere tutte le notizie relative al disagio.

Fenomenologia e struttura dell”anamnesi”

E’ il meccanismo che a livello medico può essere definito e conchiuso nella possibilità-necessità di raccogliere un anamnesi accurata. Al momento del primo approccio si fa un’anamnesi, che non è solo un atto medico, è un atto globale perchè si chiedono e si accettano tutte le notizie che vengono date. É un atto che nella relazionale e nella psicodinamica significa prendersi questo fardello in mano. In questa situazione c’è un momento iniziale estremamente importante per impostare la terapia, dato che questo atto è il primo momento di oggettivazione di un problema.

Nel modo in cui noi indaghiamo o accettiamo il racconto, la storia e il disagio del paziente, facciamo un’operazione tale che questo disagio in qualche modo viene messo li, sul tavolo (o in mezzo alla stanza), fra noi e lui.

Tale operazione di oggettivazione del problema, poiché consente al paziente di vederlo un attimo leggermente staccato da sé, è già un modo per impostare un contesto terapeutico.

Dopo la definizione della richiesta, l’accettazione della delega e la strutturazione del setting, l’anamnesi rappresenta un processo indispensabile e deve essere eseguita con una modalità che, pur adattandosi al tipo di rapporto in fieri, deve anche seguire uno schema metodologico.

  1. Iniziare dall’analisi “Dello stato presente” che ha motivato la richiesta, raccogliendo dati sul disagio vissuto, sui tempi, sull’intensità, le risonanze emotive.
  2. Successivamente investigare sull’inizio nel tempo e sulle variazioni temporali cercando riferimento al contesto vissuto ed agli eventi concomitanti.
  3. Riprendere i contenuti salienti dei dati raccolti per attivare un’amplificazione associativa sui contenuti emozionale (quando nella vita si sono evidenziate esperienze simili).

Si aggiunge poi L’anamnesi sulle relazioni precoci, un’indagine sull’attaccamento e i MOI, completata da un’indagine sui “modelli di adattamento” ed i “Modelli maladattivi precoci.

Contestualizzazione

Un altro concetto fondamentale è che nel fare terapia, in qualunque modo la si faccia, non avviene mai che questa in ogni momento sia separata dai fatti del contesto (raccolta dei dati, l’approccio, ecc). Pertanto, quando si dice in vari sistemi terapeutici e seguendo le diverse scuole “ora facciamo una serie di sedute di conoscenza, dopo cominceremo la” terapia”, si tratta di un artifizio verbale e strumentale, utile a definire dei limiti, ma bisogna avere la consapevolezza che non corrisponde alla realtà dei vissuti emozionali.

Già con l’approccio di invio e di richiesta, già facendo entrare il paziente nella stanza, si pongono le basi per strutturare il setting.

Non si ha mai tempo di dire “ora si fa cosí, tanto terapia si fa poi”, perché la terapia inizia prima del primo momento e proprio con questa accettazione del disagio riconosciuto, inizia la presa in carico e l’oggettivazione del problema

Su questo piano scatta un altro meccanismo ancora, prevalente nel terapeuta che si fonda nel cominciare a metabolizzare il problema del paziente, così da poter avviare un gioco che porterà alla presa di coscienza.

La presa di coscienza

Dietro ogni problema ci stanno sempre altri problemi, relazionali o endopsichici che siano.

Ogni terapia, nessuna esclusa, passa attraverso un meccanismo di presa di coscienza, di coscientizzazione di cose che non sono immediatamente coscienti, come il conflitto o le difficoltà relazionali.

La presa di coscienza non è una conoscenza subito evidente, ma principalmente un vissuto intuitivo ed esistenziale. Paradossalmente può avvenire anche senza “rendersene conto con piena e evidente coscienza.

Ad esempio possano attuarsi cambiamenti evolutivi che si rilevano solo con un analisi riflessiva.

Possono succedere delle cose per cui si ha la ristrutturazione di un complesso relazionale, il ripristino fisiologico del tono emozionale o di vissuti e comportamenti accettabili.

All’interno di questo processo in realtà c’è in evidenza un meccanismo di presa di coscienza.

Ma se si chiede alle persone cosa è accaduto, queste non sono in grado di riferire la storia del processo di miglioramento, ma solo percepire la diversità emozionale.

In terapia individuale tutto ciò è il cardine del processo.

Nella terapia familiare e di gruppo il meccanismo della presa di coscienza, che avviene attraverso la tecnica e il coinvolgimento dei terapeuti, è spesso l’unica opportunità dove un problema (individuale o non) può arrivare alla coscienza di un gruppo.

I Servizi, per esempio, che operano sul territorio su un disagio che non è selezionato, operano su tutto quello che viene segnalato e poi una selezione avviene in base alla possibilità effettiva, ed alle risorse, di rispondere ai bisogni ed ai problemi. Sovente accade che venga portato un disagio, e la presa in carico rappresenta forse l’unico meccanismo in cui certi problemi possono essere evidenziati.

Ad es. nel caso di un preadolescente che comincia ad avere dei comportamenti dissociali, non legati a psicopatologia, e che ha fatto il classico furto d’uso di motorino, il gruppo che lavora nel Servizio riesce ad ad offrire un reale supporto se fa in quell’occasione una corretta presa in carico del problema. C’è la realtà del problema che il paziente porta come espressione di un contesto strutturale molto più vasto, non solo la famiglia ma anche l’ambiente circostante, l’ambiente dove si vive e, se si vuole, il contesto della società in generale.

Questo è tipico dell’operatività nei Servizi. Però lo si ritrova sempre, anche nella terapia e nell’intervento privato, individuale, personale o familiare.

Quando c’è la presa di coscienza della realtà allargata del problema, questo deve essere gestito all’interno del gruppo familiare, e il problema che è estraindividuale deve essere gestito all’interno della dinamica interindividuale.

Una volta che è fatto questo gioco della possibilità di presa di coscienza del problema, scatta un meccanismo di ritorno.

Il paziente racconta il problema, il terapeuta fa una diagnosi (mentale, non formale) riesce a capire dove sta la difficoltà, può anche intuire la strategia. Ma a quel punto ha la necessità, se la presa in carico è corretta, di fare una restituzione parziale della delega.

La scoperta del cambiamento

Spesso nemmeno il terapeuta è in grado di comprendere cosa è accaduto.

Avviene spessissimo in terapia individuale che i pazienti si riferiscono a cose che il terapeuta può non ricordare ed essere convinto di non avere mai detto. Ciò significa che nella relazione scattano spesso dei meccanismi che portano a una reale presa di coscienza, indipendentemente dal fatto che siano presenti alla coscienza, descrivibili e raccontabili.

La restituzione della delega

Nel momento in cui si fa un progetto terapeutico si passa attraverso un meccanismo, così riassumibile:

Per rispondere alle domande che il paziente porta, il terapeuta impiega, oltre al potere che deriva dalle sue competenze, quel potere che il paziente gli affida con la delega espressa attraverso i bisogni, le speranze, le aspettative e la fiducia.

Ciò apre alla possibilità di fare un programma condiviso per tentare insieme di risolvere il problema proposto. In seguito è possibile fare dei progetti terapeutici che hanno come scopo fondamentale di ridare, nella possibilità umana e senza grossi slittamenti nell’onnipotenza, quelle competenze che il paziente pensava o sentiva di avere perduto, o che oggettivamente non aveva sviluppato o si erano disperse. Questo fatto apre al tema della “condivisione” come risorsa terapeutica, che merita di essere elaborato più dettagliatamente.

Essendo il processo terapeutico finalizzato a far si che il pazienze recuperi una sua capacità di autoregolazione e di adattamento, la delega iniziale deve essere elaborata e “restituita”.

Se non avviene questa restituzione parziale della delega, la terapia anche se ha raggiunto i risultati voluti , resta legata ad una dipendenza implicita.

Recuperare non magicamente certe competenze, è un processo per cui la terapia è sostanzialmente una sorta di riabilitazione, restituendo ai pazienti dette competenze ipoteticamente perse o non usate.

Alla fine di questo processo di presa in carico si ha possibilmente la restituzione totale della delega.

Il che non corrisponde alla guarigione ma alla riattivazione delle competenze adattive del paziente nella concretezza della sua vita.

Il fare terapia, è evento in cui il terapeuta si fa carico del disagio e della sofferenza di una persona i cui meccanismi “mentali e fisici” di adattamento e regolazione si sono bloccati. La terapia non è altro che un tentativo di rimettere in moto quei meccanismi propri del paziente, prima di cercare di aiutarlo a attivarne altri.

Metaforicamente non si sostituiscono pezzi, si attiva consapevolezza sia sul significato e le cause del disagio sia sulla possibilità, anche se spesso relativa, di emendarlo e controllare la sofferenza.

La restituzione della delega è questo.

Questi concetti relativistici riguardo alla terapia, non sono espressione di un approccio fatalista o remissivo, ma di concretezza critica.

Il terapeuta ha spesso la necessità di non identificarsi rigidamente nel proprio ruolo, non perchè il ruolo non sia necessario ed utile, eliminarlo sarebbe un’incongruità pericolosa, ma perchè il ruolo fa parte del supporto di strumenti che costituiscono la base oggettiva sulla quale si innesta la delega del paziente. Non possiamo rinunciare ad essere medici, psicologi, o terapeuti, però bisogna che questa affermazione di ruolo, non passi attraverso un’eccessiva identificazione su tale ruolo, altrimenti rimaniamo invischiati in un non riconoscimento della “persona” nostra e nell’oggettivazione de paziente.

Può sembrare questo uno slogan ma non è cosi, perchè il coinvolgimento non è mai esclusivamente attraverso il ruolo, è sempre attraverso l’essere “persona”.

E’ un coinvolgimento attraverso la nostra personalità globale. Facendo un esempio generale e volutamente estremamente riduttivo, questo non vale solo per i terapeuti e per le professioni di aiuto. Questo vale anche per l’impiegato delle Poste che si trova coinvolto in modo diverso ma sempre a relazionare come persona con persone in una regola caratterizzata dall’asimmetria.

L’importante, nel fare terapia, è avere strumenti per riuscire a capire che tipo di coinvolgimento noi abbiamo in quella specifica situazione. .

La prima cosa da fare, che è vera sia a livello formativo sia operativo, è riuscire a capire quello che si definisce il “pregiudizio personale”. Al termine non va data una connotazione negativa bensì etimologica, considerando come “pregiudizio” la risultante del nostro bagaglio culturale e di esperienza di vita. La base primaria del pregiudizio personale da riconoscere bene è insita nella domanda; “ma perché facciamo questa professione?”.

Dietro a questa domanda ci sono molte considerazioni da fare.

Il perché della professione

Tempo fa era uso dire che dietro ogni vocazione professionale (oggi si preferisce parlare di scelta, anche se illusoriamente) ci sta una motivazione perversa. In senso psicodinamico e psicanalitico, per cui “perversa” non ha assolutamente a che fare con la colpa o con una patologia aberrante, ma significa che la motivazione è spostata sul piano della realtà. Se può essere credibile che dietro a ogni chirurgo c’è un feritore razionalizzato e sublimato, dietro a ogni ginecologo c’è uno scoptofilico, dietro a quelli che fanno psicoterapia e si interessano di mente sofferente o no cosa ci sta? Anche qui c’è tutta una serie di motivazioni ampiamente sublimate e ben sistemate nel contesto della propria personalità.

Ognuno di noi dovrà riflettere sulla propria motivazione, perché ognuno vive nella soggettività che lo caratterizza, E che deve essere sempre motivo di autoriflessione critica e la relazione con il paziente è un ottimo strumento per aiutarci a riflettere e a fare o continuare a fare quel processo onestamente “introspettivo” che è sempre un elemento formativo di primaria importanza.

Un possibile schema operativo clinico.

Come ogni “processo”, anche quello terapeutico ha un motivo iniziale di innesco, uno scopo, una fase operativa ed una chiusura che in ogni caso attiva nuovi processi di vita legati ad un cambiamento. Il processo terapeutico è quindi un processo evolutivo finalizzato ma non finalistico.

Un “metodo utile” per gestire la relazione ed il processo terapeutico può essere quello legato alla “tecnica narrativa”, che predispone il paziente e il terapeuta a considerare, vivere e rappresentare il “disagio” come un turbamento nella propria storia personale, di cui si può parlare e su cui si può agire, e non solo come un insieme di sintomi poco accettabili perché poco spiegabili.

La narrazione porta a livello “esistenziale” la patologia e le basi psicobiologiche reali di fondo.

Anche se la schematizzazione necessaria imposta un certo ordine temporale e gerarchico tra i diversi momenti, è necessario considerare, come già illustrato, che già con la fase di accoglienza ed indagine la presa in carico assume una competenza ed una valenza terapeutica.

  1. A) Fase esplorativa e di conoscenza

1) Accettazione e presa in carico. Definizione e accettazione della “delega” e del “setting”

2) Esposizione e definizione del “disagio vissuto e percepito”

3) Esplorazione delle “relazioni precoci e adolescenziali nel contesto personale e culturale”e delle componenti “memetiche”

4) Esplorazione dei bisogni primari e di base e grado di “soddisfazione/insoddisfazione”

5) Collocare i dati raccolti in una griglia suddivisa tra “Filogenesi”, “Ontogenesi”, e vissuti ed espressioni   “etoecologiche”.

  1. B) Fase analitica e decostruttiva:

1) Analisi e consapevolezza del disagio vissuto allo stato presente

2) Analisi e consapevolezza del disagio nel “processo ontologico” e delle componenti “memetiche” (patogenesi)

3) Analisi del disagio sulla base innata dei bisogni e delle risposte implicite sul piano “filogenetico”.

4) Analisi dei tratti di personalità dipendenti dalla cultura e dal contesto. Analisi “memetica”

5) Analisi sullo stile e sui vissuti emozionali e sul profilo di personalità.

6) Analisi cognitiva sul tipo di pensiero prevalente.

  1. C) Fase sintetica e costruttiva.

1) Riconoscimento e accettazione del processo evolutivo di cambiamento

2) Consapevolezza dei limiti

3) Definizione di un Progetto costruttivo

4) Sostegno e rinforzo ai processi di adattamento attivo e passivo

5) Consapevolezza del cambiamento qualitativo e/o quantitativo.

  1. D) Restituzione della “delega”
  2. Inserire il “progetto di vita” nei limiti dell’autonomia personale
  3. Sostenere l’autonomia
  4. Restituire la delega e risoluzione del “Setting”

Attivazione emozionale e “pregiudizio”.

Un fatto di importanza capitale in psicoterapia è considerare che il processo terapeutico si svolge e si sviluppa in un “Campo Emozionale” generato dalla relazione terapeutica.

Campo emozionale che non coincide con la dinamica tra Transfert e Controtranfert, ma si fonda su predisposizioni innate (filogenesi) le cui espressioni sono modulate dall’esperienze “primarie” (ontogenesi) vissute in un contesto culturale specifico.

Il “pregiudizio” corrisponde alla razionalizzazione in opinione e credenza di schemi emozionali personali appresi e vissuti.

Come in ogni relazione è impossibile escludere le emozioni dalla tonalità del rapporto.

Tuttavia nella relazione terapeutica il coinvolgimento emozionale assume delle caratteristiche particolari e peculiari.

Sul livello di organizzazione su base filogenetica la relazione di cura trova la sua predisposizione innata che si esprime attraverso la dialettica tra i sistemi motivazionali dell’attaccamento e dell’accudimento.

Le emozioni nella relazione terapeutica

Il “Paziente “entra in terapia con un carico emozionale complesso:

Lo stimolo motivante è il disagio che è inevitabilmente accompagnato da emozioni spiacevoli che si traducono nella sintomatologia soggettiva e oggettiva come espressione “vissuta” nelle relazioni della “richiesta di aiuto”. Nella filogenesi è l’attaccamento che determina e costruisce la “motivazione.

E’ importante considerare che le aspettative e la richiesta di aiuto sono a volte espresse anche in modo ambivalente e paradossale. Ad esempio in certe situazioni possono essere mascherate da comportamenti ostili od oppositivi e attraverso una “resistenza”, o con un atteggiamento passivo e distanziante (presenti spesso in età evolutiva, o nei disturbi psicotici).

Si innescano inoltre emozioni legate alle “proiezioni personali” dipendenti dalla propria storia evolutiva, relazionale ed esperienziale (attinenti all’ontogenesi).

Per quanto attiene al “terapeuta” le cose si fanno più complesse. Si ha un modo inverso di entrare in gioco dei fattori predisponenti.

Per il paziente questo processo si attiva secondo un ordine più naturale, così schematizzabile: Filogenesi, Ontogenesi, Cultura. Nel terapeuta l’inizio è culturale, poi ontogenico e filogenetico.

ll “paziente “ soffre e cerca naturalmente aiuto secondo i modi appresi nelle sue esperienze primarie, organizzate poi nell’ambiente e nella cultura in cui vive.

Il terapeuta ha fatto, di solito, una scelta professionale, inserita in un contesto di motivazioni fortemente influenzate da fattori socio-culturali in cui si evidenziano e si esprimono motivi legati all’esperienze di vita emotivamente significative, che se opportunamente gestite attivano le motivazioni più profonde.

Su queste motivazioni preliminari di base si colloca la relazione terapeutica col “singolo paziente” in cui il “coinvolgimento emotivo” da parte del terapeuta può essere o razionalizzato, o marginalizzato, o utilizzato.

Il coinvolgimento del paziente è previsto e richiede sempre di essere utilizzato e interpretato sia in fase diagnostica, sia in fase di mentalizzazione consapevole, sia nel recupero terapeutico.

Quello del terapeuta è meno previsto, ma meno previsto come “problema” perché naturalmente coperto dall’assetto professionale e dalla necessaria “asimmetria” che caratterizza la relazione terapeutica.

Tutto ciò porta a considerare che la relazione terapeutica si realizza in un incontro tra “soggettività” diverse per storia personale e per “potere”, ed è frutto di una delega che definisce quella asimmetria funzionale necessaria alla “presa in carico”.

Tutto ciò è accompagnato dall’emergere di molteplici variabili sul piano emozionale che influenzano il “giudizio” di entrambi e condizionano il processo terapeutico.

Il pregiudizio

Le variabili tendono ad organizzarsi in “pregiudizio”, intendendo con ciò il costruirsi di schemi interpretativi su base esclusivamente soggettiva che tendono a non essere filtrati dalla critica necessaria. Il peso dei pregiudizi dalla parte del paziente è di solito sintomatico e mezzo di resistenza, da parte del terapeuta deve essere sempre sottoposto al vaglio della consapevolezza prima e della critica poi.

Il problema della formazione.

Quanto fin qui esposto, riguardante la dinamica del processo della relazione terapeutica, rappresenta quelli aspetti che possono essere riconosciuti e applicati nella “clinica” di ogni schema di “setting” e quindi anche all’interno di un approccio evoluzionista di cui costituiscono la “formazione professionale”

Siamo consapevoli che la fomazione alla relazione terapeutica che andiamo a proporre non è cosa semplice, proprio perchè si rivolge prioritariamente verso terapeuti già formati in scuole di specializzazione che si rifanno a precise linee di pensiero e a specifiche tecniche terapeutiche.

Non solo. E’ da tenere in considerazione lo stile di attaccamento sollecitato dalla relazione con il tutor e con l’appartenenza alla scuola stessa.

Quindi la nostra proposta di formazione deve riuscire a far comprendere che quello che proponiamo come confronto di varie teorie con la base naturale del comportamento attraverso la lettura evoluzionistica della nostra specie, non è altro che l’osservazione dell’esistente.

Di quanto è già presente in ognuno di noi e di quanto sia necessario e importante esser di questo consapevoli per poterlo padroneggiare in una relazione terapeutica.

Nel progetto che ci proponiamo è opportuno, quindi, affrontare il tema della “formazione” all’esercizio della psicoterapia rivolgendoci a terapeuti già formati.

Questo perché non abbiamo nessuna intenzione di istituire una nuova scuola di psicoterapia, ma fornire la possibilità e l’opportunità di un aggiornamento e di un perfezionamento tramite un approccio evoluzionista che riteniamo possa essere,per la ricerca dell’interazione tra evoluzione biologica e evoluzione culturale (coevoluzione tra geni e cultura), tecnicamente compatibile con ogni teoria esplicativa sia con le corrispondenti modalità applicative.

Questa opinione si fonda sul fatto che i contenuti teorici proposti pretendono collocarsi all’interno di un’epistemologia fondata, per quanto possibile, sul “metodo scientifico” nelle sue linee essenziali e che quindi si situa in posizione di base e complementare ad ogni altra teoria in quanto espressione di uno orizzonte epistemologico più specifico, che può essere arricchito da un’ipostazione antropologica, biologica, ed evoluzionistae in particolare dell’ontogenesi e filogenesi del cervello umano.

La formazione però comprende anche l’acquisizione di “basi teoriche” specifiche e meno tradizionali, come completamento e arricchimento culturale finalizzato ad un “processo di integrazione formativa che consideri anche il mantenimento delle basi teoriche e operative gia apprese, rivisitate in un’ottica “evoluzionista”

In pratica si tratta di individuare uno schema “formativo” che permetta quanto esposto e che possiamo schematizzare fissando preliminarmente quattro livelli:

  • Un livello informativo attraverso l’apprendimento delle basi psicobiologiche del funzionamento psichico, la conoscenza delle teorie evoluzioniste nella biologia nell’antropologia, della psicologia differenziale, dell’etologia animale ed umana, dell’antropologia culturale, della “memetica” ed ovviamente della psicologia e psicopatologia evoluzionista. A questo scopo potranno essere organizzati in modo modulare seminari e “gruppi di studio” tematici.
  • Un livello di integrazione tra le basi teoriche evoluzioniste e le basi teoriche dei diversi orientamenti psicologici.
  • Applicazione clinica fondata sul riconoscimento delle basi psicobiologiche evoluzioniste nella relazione terapeutica.
  • Gruppi di “intervisione”, supervisione atti a sostenere, verificare l’applicazione clinica.

 

CONCLUSIONI

Il percorso modulare

Parlare di formazione alla “psicoterapia” nel periodo attuale”, in un’epoca caratterizzata dalla ricerca di interventi “basati sull’evidenza”, sulla quale devono paragonarsi tutti i diversi inquadramenti teorici per essere validati, non può essere fatto che riferendosi saldamente alla “clinica”. Quindi non possiamo che parlare di formazione clinica, cioè di una formazione che basandosi su solide e corrette basi di conoscenza, scientificamente credibili, sviluppi le competenze globali e necessarie alla professione.

Oltre a ciò è necessario portare alcune considerazioni preliminari che partono dal fatto concreto che fare “psicoterapia” significa rapportarsi ad una complessità rappresentata dalla “natura dell’uomo”, con un metodo che si basa naturalmente su una metodologia sintetica complessa e che vede uniti in uno stesso iter formativo professionale conoscenze e competenze che utilizzano tutti gli apporti che provengono dalla ricerca in psicologia, in medicina, in biologia, antropologia culturale ed evoluzionista e che si esprime quindi in una pratica polimodale.

Cercando di dare una ulteriore definizione empirica di “formazione”, possiamo dire che questa si fonda su un “allenamento” a posizionarsi su due piani concomitanti e complementari. Nel primo utilizzando in modo corretto gli strumenti culturali e professionali acquisiti.Nel secondo porsi come componente dello “strumento” relazionale nella pratica diagnostica e terapeutica

La formazione è quindi professionale e personale su questi livelli:

 

  • integrazione tra competenze e pratica,
  • tra motivazioni riconosciute e profilo vocazionale professionale,
  • integrazione nella molteplicità delle conoscenze per rispondere alla complessità dei bisogni,
  • integrazione intersoggettiva nelle relazioni con i pazienti ed il loro contesto sia sul piano delle diverse professionalità.

Lo psicoterapeuta, nella sua attività clinica consueta, si trova sempre nella necessità di rappresentarsi al centro di un’equipe virtuale che colleghi portatori di diverse competenze professionali, per rispondere alla complessità dei bisogni che entrano in gioco nella relazione terapeutica.

Lo psicoterapeuta come operatore della “presa in carico” può trovarsi coinvolto in questo gruppo funzionale di lavoro nella multifattorialità delle competenze, in una dinamica intersoggettiva che tende naturalmente ad oscillare tra competizione e cooperazione. Questa è la dimensione relazionale in cui si colloca il rapporto tra terapeuti.

Sul piano della concretezza clinica, la formazione si fonda necessariamente su una base di conoscenze seriamente ed efficacemente apprese, sulle quali si cercano di attivare le “competenze” professionali individuali e le competenze relazionali necessarie non solo ad affrontare la complessità del disagio collocato nella realtà di vita dei pazienti, ma anche necessarie ad integrarsi sul piano delle relazioni interprofessionali. Sul piano formativo è necessario che lo psicoterapeuta apprenda ad “osservare e ascoltare” il paziente al fine di acquisire un valido profilo dello stesso e a seguire le tappe significative della relazione terapeutica, quasi a costruirsi una “teoria della mente”, fondamentale per attivare quella risonanza “empatica, positiva o negativa che sia” che induce quell’inevitabile coinvolgimento emotivo che caratterizza ogni relazione fondata sul disagio.

L’importanza di questo processo si giustifica col fatto che la gestione del coinvolgimento emotivo richiede una particolare formazione, perché è un fenomeno che va oltre ciò che la psicoanalisi definisce come “reazione controtransferale”

Il giusto peso dell’empatia.

Un costituente importante della relazione terapeutica è la possibilità di attivare un livello di “empatia” che nella relazione “asimmetrica” corrisponde all’attivarsi di una “teoria della mente” tra terapeuta e paziente

La scoperta del sistema dei neuroni specchio e degli studi etologici sottolinea come l’empatia nasca dalle cure della madre per i propri piccoli, attivando una risposta automatica nella quale viene coinvolta di recente la corteccia prefrontale, unitamente ad aree del cervello formatosi più arcaiche.
Tutto questo permette al piccolo di sviluppare la capacità  di incontro con gli altri con l’acquisizione di nuove e più  evolute competenze.
L’empatia innesca meccanismi virtuosi, ma anche aspetti aberranti quando la cooperazione avviene tra simili come rinforzo contro soggetti diversi dal proprio gruppo di appartenenza. Così  come una forte empatia fa meglio comprendere le emozioni di paura del l’altro accentuando aspetti sadici e aggressivi di chi compie violenza.

Pensiamo  alla forza della comunicazione dei media raggiunta nella nostra epoca, come ha elevato il livello di empatia del genere umano, creando un desiquilibrio tra aspetti naturali e aspetti indotti che ha portato a schierarsi sempre più acriticamente verso situazioni negative.

Quanto di tutto questo entra nella relazione terapeutica e come la funzione terapeutica stessa deve diventare regolazione dell’empatia.

Il lavoro di gruppo

Un altro arricchimento formativo si ha con l’elaborazione del materiale clinico “in seminari didattici, di lavoro di gruppo su casi”, modalità questa in cui lo studio e la discussione crea una circolarità di idee e di esperienze, così come le istruzioni che ne sorgono abituano all’ascolto e alla riflessione, alla conoscenza dell’altro e di sé, in una circolarità dinamica, razionale ed emotiva allo stesso tempo. Tali gruppi è opportuno che siano diretti ed eterocentrati, per dare un sufficiente spazio non interpretativo ad una libera autoriflessione introspettiva.

Per quanto riguarda le basi teoriche, che devono essere conosciute ed apprese, riteniamo opportuno, durante i seminari di formazione, chiarirne i concetti legandoli al materiale di volta in volta presentato nei seminari, mantenendo un diretto rapporto tra teoria e osservazione, con continui riferimenti ad uno o più autori e al momento storico nel quale quel concetto è stato formulato.

Anamnesi e non solo anamnesi

La prospettiva che ci proponiamo è quella di aiutare lo psicoterapeuta in formazione a pensare in modo flessibile sul piano teorico, ma più in particolare a creare dentro di sé l’esigenza di capire l’altro e di leggere in modo empatico i suoi bisogni prima di formulare riferimenti teorici e programmi d’intervento.

E’ ovvio che sia in fase diagnostico interpretativa, sia nella formulazione dei programmi è necessario che le diverse competenze acquisite siano opportunamente integrate nell’ottica della “psicobiologia evoluzionista”.

E’ una necessità formativa il fatto che la raccolta dei dati storici e dei sintomi, dell’anamnesi, l’osservazione dei comportamenti e delle relazioni devono essere effettuate con una “particolare oggettività”, senza fare precoci interpretazioni, precoci interventi non clinicamente motivati, evitando fondamentalmente di non rendere il paziente “oggetto” della terapia, ma “soggetto” attivo.

E’ anche importante considerare che ogni paziente è sempre inserito in un sistema, che è strutturato come un campo relazionale ma anche in un “ambiente” più allargato. Occorre tenerne conto, attraverso un’osservazione di tipo eco etologico, in accordo alla complessità scientifica della natura umana. I dati anamnestici devono essere collocati all’interno di uno schema interpretativo che si riferisca alle strutture innate “filogenetiche” espresse poi nell’ ”ontogenesi” dell’età evolutiva e negli schemi adattivi del ciclo di vita individuale, leggibili anche attraverso i modelli di “ecoetologia” umana.

E’ necessario considerare che la complessità e la molteplicità degli elementi in gioco costruisce un sistema relazionale con un alto numero di variabili che favoriscono interpretazioni filtrate dalla soggettività del terapeuta che rende il suo operato potenzialmente “non innocente”, favorito dal “coinvolgimento emotivo” e quindi portato ad agire in un modo professionalmente oggettivo, ma anche soggettivamente condizionato.

Tutto ciò può divenire una variabile in più, un perturbante del sistema stesso e ciò giustifica la particolare obiettività richiesta, che diversamente da quanto può sembrare, non è poi tanto facile mantenere. L’azine terapeutica deve perciò essere sempre accompagnata dalla consapevolezza di gestire al meglio le emozioni, sapendo distinguere quello che si vede e da quello che si prova.

E’ necessario osservare oggettivamente senza rendere il paziente “oggetto”.

La reale presa in carico

Tutto ciò è indispensabile per operare quella corretta presa in carico, professionalmente necessaria, sufficiente e efficace. La presa in carico è anche un metodo ed un processo che permette l’Integrazione dell’osservazione diretta con i dati che emergono dalle notizie raccolte sul contesto allargato, che è rappresentato dalle relazioni nell’ambiente familiare, ma anche nella scuola e nell’ambiente sociale e naturale.

La raccolta dei dati e l’osservazione, oltre che avere per oggetto “la malattia ed i suoi sintomi” deve essere necessariamente rivolta alle dinamiche psicologiche, sia a quelle rilevabili nell’attualità dell’osservazione, sia quelle precoci anamnesticamente raccolte. Ma oltre a ciò anche alla tipologia dell’attaccamento ed ai modelli operativi interni, ai “sistemi motivazionali Innati che condizionano allo stadio evolutivo nell’ontogenesi, ed alle relazioni precoci adattive e maladattive nel loro complesso.   Per fare ciò occorre ancore un altro livello di formazione che non può essere soddisfatto solo da un “apprendimento formale” anche se dettagliato e rigoroso.

E’ necessario che comprenda anche una verifica esperienziale e, nei limiti del possibile, a riconoscere le proprie emozioni risonanti nella relazione terapeutica, ed il peso delle proprie opinioni non verificate ad un vaglio scientificamente critico.

Il metodo possibile.

Come già osservato fra i diversi possibili, il metodo di formazione ormai consolidato è quello che si basa, oltre che sull’apprendimento, su due punti da considerare fondamentali:

Il “tutoraggio individuale” ed il lavoro in gruppo ed attraverso il gruppo.

Il tutoraggio è una tecnica di formazione tradizionale, ma che può assumere un significato particolare nelle professioni di aiuto, nelle quali il tutor svolge un’azione tipo “io sussidiario” che accompagna chi si forma verso l’autonomia professionale.

In particolare il gruppo di formazione funziona come attivatore delle competenze e come contenitore delle emozioni, come uno spazio di incontro e psicologico all’interno del quale l’operatore, oltre che condividere le esperienze, le gratificazioni e le frustrazioni, trova la giusta dimensione tra i due rischi psicologici professionali più frequenti, oltre al burnout, quello dello sconforto impotente e della difesa acritica e onnipotente, sviluppando la capacità a mantenersi su la linea di mezzo che assicura lo sviluppo e l’esercizio di quel senso critico che esprime appieno le competenze cliniche.

L’attivazione emozionale trattenuta e contenuta con l’identificazione nel ruolo professionale, può esprimersi attraverso meccanismi di difesa diversi verso l’impotenza e la frustrazione, difese onnipotenti ed oggettivanti.

Se sul piano evoluzionistico la “psicoterapia” è un’espressione dei modelli implicati nella dialettica tra attaccamento e accudimento, la formazione si sviluppa sugli schemi che attivano “l’intersoggettività”, “l’appartenenza” ad un gruppo identificante, ma anche il sistema “di rango” che si funzionalizza nel mantenere quella asimmetria necessaria per portare aiuto.

La terapia si risolve con l’aiutare il paziente a riattivare le proprie competenze adattive attraverso l’effetto rimodellante della plasticità neuronale mediata dalla e nella relazione terapeutica .

SINTESI

Un consolidato schema pratico di riferimento.

Come protocollo pratico è utile riferirsi al noto schema dei “ Cinque punti terapeutici” definiti da Bowlby, come sintesi operativa di quanto già detto:

1) – Fornire al paziente una base sicura.

2) – Assistere il paziente nelle sue esplorazioni.

3) – Incoraggiare il paziente a prendere in esame la relazione che ha col terapeuta.

4) – Incoraggiare il paziente a esplorare criticamente il proprio passato.

5) – Verificare l’appropriatezza dei modelli operativi interni.

Si aggiunge la “consapevolezza”:

  • Dei meccanismi transferali del paziente.
  • Degli aspetti controtransferali del terapeuta.

Verso un’integrazione

La molteplicità dei modelli per fare “psicoterapia” in rapporto alla concordanza relativa ma sostanziale dei risultati, pone alla riflessione due problemi:

  • Da una parte ci domandiamo qual’è in realta il meccanismo che cura.
  • Dall’altra la necessità di una integrazione scientifica tra i modelli diversi

Allo stato presente alla prima domanda possiamo transitoriamente rispondere che il fattore di cura comune è la “relazione terapeutica”.

Alla seconda domanda assumiamo come strumento di ricerca scientifica credibile la “teoria dell’evoluzione” applicabile a livello biologico, psicologico e culturale, su cui possa fondarsi una “Psicoterapia evoluzionista” senza ulteriori aggettivazioni e che potesse essere applicata come modello di base a tutte le diverse teorie e pratiche psicoterapiche.

Un approccio evoluzionista alla psicoterapia si basa necessariamente sui concetti fondamentali di una psicologia evoluzionista e successivamente su una psicopatologia evoluzionista. Secondariamente e non necessariamente, perché è più importante cercare di definire evoluzionisticamente il funzionamento psicologico sulle cui distorsioni, difetti , blocchi deviazioni, fallimenti adattivi su cui si attivano processi patogenetici.

Il nucleo di base per un’integrazione.

Possiamo assumere che l’impalcatura di base del’apparato psichico si identifica in una struttura modulare e due livelli funzionalmente complementari Un livello “Esplicito” (consapevolezza) ed un livello “implicito” (Inconscio)

La psiche si esprime in processo dinamico che evolve attraverso tappe gerarchicamente integrate che è necessario tenere evoluzionisticamente presenti per un approccio nuovo e più “naturale” alla psicoterapia e così schematizzabili:

Nella “Filogenesi”:

moduli prevalentemente impliciti riassumibili nelle funzioni del “cervello tripartito” e nei “sistemi motivazionali innati” come predisposizioni che si esprimono, poi in modo gerarchico e funzionale a partire dalla nascita neotenica:

Nella “Ontogenesi”, attraverso le relazioni primarie con la strutturazione dei “modelli funzionali interni” e gli “schemi maladattivi precoci” in un processo evolutivo complesso che si esprime nella dinamica:

Tra cultura ed ambiente, che costruiscono il “campo memetico” in cui si esprimono, si modulano e si modificano le relazioni complesse tra soggettività e intersoggettività

Attraverso questi livelli di integrazione, prende senso la complessità di “Homo Sapiens” nella sua “originalità” psicobiologica in evoluzione.

Il processo psicoterapeutico. Realizza una relazione di aiuto che parte con l’attivazione del sistema motivazionale “Attaccamento/Accudimento” che crea la “base sicura” su cui il paziente ha la possibilità di sviluppare la sua “soggettività” in una armonia “intersoggettiva” rendere evolutive le dinamiche di “Competizione/Collaborazione”

Il lavoro di preparazione preliminare al “progetto”

Il lavoro che ci proponiamo di fare, con il contributo di tutti, e di individuare i livelli di compatibilità dei punti di riferimento sopraesposti con gli statuti epistemologici delle diverse teorie interpretative e le corrispondenti prassi terapeutiche. La psicoanalisi, – La Psicologia Analitica – La psicologia Individuale – La psicologia sistemico relazionale – Gli approcci Cognitivo-Comportamentali.

 

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23 Maggio 2018
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